Amianto :Sentenze

Operaio morto d’amianto a Bagnoli, prescrizione per Schmidheiny: ma dovrà risarcire la famiglia

Il caso di Antonio Balestrieri, ex operaio Eternit. Medicina Democratica chiede che nell’ordinamento penale sia introdotto il reato di omicidio da lavoro

A Napoli nel quartiere di Bagnoli per 47 anni – dal 1938 al 1985 – ha operato uno stabilimento di produzione di Eternit, il materiale contenente amianto che è stato largamente utilizzato per decenni in virtù delle sue caratteristiche di resistenza al fuoco, di economicità e di plasmabilità.  Sebbene già negli anni Sessanta del Novecento ci fossero studi epidemiologici che ipotizzavano una relazione tra l’esposizione all’amianto e l’insorgenza di gravi patologie, in Italia solo nel 1992 fu approvata la legge che vietava la produzione e la commercializzazione di tale materiale. 

Restano come eredità di quella lunga stagione manufatti disseminati in ogni dove ed una lunga scia di decessi che hanno colpito chi lavorò negli impianti dove si produceva amianto e talora anche i familiari degli operai, che furono contaminati dalla polvere delle tute dei congiunti. Anche a Napoli ci sono stati morti per amianto. 

Antonio Balestrieri, un ex operaio della Eternit, si è spento nel 2009 per mesotelioma. Della vicenda sua e di altri ex lavoratori della Eternit di Bagnoli – ma per questi ultimi non si è arrivati al giudizio – si è occupata alcuni anni fa la Procura della Repubblica partenopea, nell’ambito di una inchiesta che era una costola del procedimento principale relativo allo stabilimento Eternit di Casale Monferrato, in Piemonte. 

La vicenda giudiziaria napoletana si è conclusa adesso in Corte di Assise di Appello di Napoli con la prescrizione a carico di Stefan Ernst Schmidheiny, l’imprenditore svizzero proprietario di vari stabilimenti della Eternit in Italia. 

La Corte di Assise di Appello ha però confermato le statuizioni civili a carico di Schmidheiny, il quale dovrà dunque risarcire i familiari del suo ex operaio, e lo ha condannato alla refusione delle spese processuali a favore delle parti civili, tra le quali la Cgil, Medicina Democratica, l’Osservatorio Nazionale Amianto, l’associazione familiari e vittime amianto. 

Schmidheiny potrà ricorrere in Cassazione – ed il suo portavoce ha annunciato che lo farà – per chiedere la piena assoluzione. «La prescrizione era inevitabile – commenta l’avvocato Bartolo Senatore, che ha patrocinato nel processo Medicina Democratica – da quando, nel corso del lungo procedimento penale, l’ipotesi di reato era stata riqualificata da omicidio volontario ad omicidio colposo». 

Con riferimento alla sentenza che ha decretato la prescrizione, Medicina Democratica, tramite il suo vicepresidente nazionale Paolo Fierro, chiede che nell’ordinamento penale sia introdotto il reato di omicidio da lavoro. 

Secondo l’associazione questo aiuterebbe ad evitare che per processi come quello dell’Eternit la mannaia della prescrizione impedisca di arrivare ad un accertamento di innocenza o di colpevolezza. Fierro sostiene poi che il problema del recupero ambientale a Bagnoli è ancora irrisolto.

«Le conseguenze drammatiche delle mancate bonifiche – sottolinea – sono evidenti. Il registro tumori dell’Asl Napoli 1 evidenzia nel quartiere il picco di mortalità per carcinoma ovarico e mesoteliomi rispetto al dato della città di Napoli ed a quello nazionale. I casi di morte per mesotelioma a Bagnoli sono 2,3 per 100.000, mentre sul piano nazionale sono 0,08 per 100.000 abitanti».

Amianto : Vittime

Salgono a 6 le vittime del 2026 da amianto nell’ex Isochimica di Pianodardine

Carmelo Picariello, 69 anni, lavorava come scoibentatore, è il 42esimo decesso che sta colpendo i lavoratori dello stabilimento di Avellino

Si chiama mesotelioma pleurico. È un tumore. E’ legato alla continua esposizione all’amianto, cresce in silenzio per anni, e poi uccide. 
Carmelo Picariello, 69 anni, è morto ieri mattina ad Avellino. Lavorava come scoibentatore. Ed è la sesta vittima del 2026, di un tumore da prolungata esposizione all’amianto che sta colpendo gli operai dell’ex Isochimica, l’azienda che ad Avellino negli anni Ottanta scoibentava le carrozze ferroviarie a Borgo Ferrovia.  L’otto ottobre scorso, era morto Ciro Nevola, 76 anni, lavorava nell’infermeria dell’azienda. 
Nel 2022 il Tribunale di Avellino ha accertato la responsabilità di ex funzionari delle Ferrovie dello Stato. Decisione confermata anche dalla Corte d’Appello di Napoli, il 18 febbraio 2025.    Oggi sono ben 247 le parti civili costituite — tra cui i nuclei familiari di operai deceduti — pronte a valutare una definizione transattiva della controversia.  A oltre trentasette anni dalla chiusura dello stabilimento dell’ex Isochimica di Pianodardine, si continua a morire. Con quella di ieri salgono a 42 i decessi per tumore da esposizione ad amianto.

Caso Isochimica, perizia sulla salma di Picariello: la Procura cerca risposte sul legame con l’amianto

Stop ai funerali ed esami affidati a tre specialisti; i compagni di lavoro riaccendono i riflettori su quarant’anni di battaglie per la dignità

Avellino, 5 novembre 2026. Quattro informazioni di garanzia per omicidio colposo, firmate dal pm Marco Auciello, sono state emesse dalla Procura di Avellino per la morte di Carmelo Picariello, 69 anni, ex operaio dell’Isochimica di Pianodardine. Soffriva di asbestosi.

La Procura contesta il reato “nell’esercizio dell’attività d’impresa nella gestione dello stabilimento”. Secondo l’accusa si svolgeva un’attività industriale “in modo da diffondere polveri di amianto cosiddetto friabile (la gran parte di tipo crocidolite, ossia la tipologia più pericolosa del detto materiale) in maniera indiscriminata”. Nei luoghi di lavoro non sarebbero state adottate “adeguate misure ed idonei dispositivi destinati a prevenire l’esposizione all’amianto del lavoratore”, tra cui “sistemi di protezione delle vie respiratorie, sistemi di aspirazione delle polveri, sistemi di abbattimento delle polveri e sistemi di pulizia degli abiti dei lavoratori”. Gli ambienti di lavoro risultavano “estremamente insalubri, perché totalmente contaminati da amianto sotto forma di polvere e fibre volatili, percepibili anche ad occhio nudo”.

Accertamenti medici

Questa mattina alle 9.30 il pm Auciello conferirà l’incarico ai consulenti che dovranno chiarire se nel decesso ci sia un legame con l’esposizione alle fibre di amianto. Per l’esame irripetibile riceveranno l’incarico l’anatomopatologo Antonio Perna, Brunello Pezza, specialista di medicina interna, ed Elena Piciocchi, medico legale. La salma è stata sequestrata per consentire l’accertamento tecnico, disposto direttamente dalla Procura. I funerali sono stati annullati.

Picariello era tra le parti civili al processo, rappresentate dall’avvocato Brigida Cesta. Con la sua morte salgono a 43 i decessi tra gli ex operai dello stabilimento di Rione Ferrovia.

L’appello degli operai

A dare la notizia sono stati i colleghi, con un messaggio sulla pagina social del Comitato di Lotta Operai. Ricordano che la vicenda risale a quarant’anni fa e parlano di “una strage silenziosa”. Sostengono che lo Stato abbia affidato a privati “il corpo e la salute dei suoi lavoratori”.

Poi l’appello alle istituzioni: “Da quarant’anni chiediamo giustizia e dignità. Eppure, il silenzio di Lor Signori continua a essere l’unica risposta”. Gli ex operai chiedono dove siano “il rispetto, la presenza, la responsabilità” di chi siede nelle stanze del potere e ha ricevuto un mandato dai cittadini “nel nome della Costituzione”.

E ancora: “Il nostro non è solo dolore: è uno sdegno composto, fermo, radicato nella carne di chi ha visto morire compagni e amici nell’indifferenza delle istituzioni”. Ai familiari di Picariello i colleghi scrivono: “Non vi lasceremo soli”.

Amianto :Sentenze

Ex Ilva, la Cassazione conferma lo stop: 2.140 tonnellate di amianto negli impianti

Amianto, inquinamento e rischi sanitari al centro della sentenza della Cassazione sull’ex Ilva. Primo cittadino e sindacati chiedono risposte su bonifiche, produzione e occupazione

La produzione nell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto deve fermarsi: la Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi presentati da Ilva e Acciaierie d’Italia contro il provvedimento che impone lo stop alla parte centrale dello stabilimento siderurgico. La decisione delle Sezioni Unite Civili conferma il decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, che aveva concesso all’azienda 90 giorni per adeguarsi

Al centro della sentenza, le conseguenze dell’inquinamento industriale sulla salute dei cittadini e la presenza di amianto negli impianti. La Cassazione ribadisce che la libertà d’impresa non può essere esercitata a danno della salute e dell’ambiente, senza però ignorare la necessità di tutelare il lavoro e l’occupazione.

Ex Ilva, la Cassazione: “Il lavoro deve essere salubre e sicuro”

Nel provvedimento, le Sezioni Unite richiamano il principio secondo cui i diritti alla vita, alla salute e a un ambiente sano godono della massima tutela costituzionale. Un orientamento rafforzato dalla riforma degli articoli 9 e 41 della Costituzione, che riconoscono la tutela dell’ambiente e stabiliscono limiti precisi all’iniziativa economica privata.

“Il massimo livello di tutela apprestato dalla Carta costituzionale alla vita, alla salute e all’ambiente […] è un dato acquisito”, scrivono i giudici.

La Corte affronta anche il rapporto tra salute e occupazione, due diritti che non possono essere considerati necessariamente in conflitto. “Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro”, si legge nella sentenza, che esclude la possibilità di mantenere un’attività produttiva imponendo ai lavoratori condizioni pericolose per la loro salute.

Il bilanciamento tra interessi economici, occupazionali e sanitari, secondo la Cassazione, deve quindi rispettare i diritti fondamentali e tradursi in politiche economiche e sociali adeguate.

Amianto e polveri sottili: i rischi per la salute a Taranto

Tra gli elementi decisivi del provvedimento c’è la presenza di 2.140 tonnellate di amianto all’interno dei cowpers degli altiforni, utilizzato come isolante termico. Si tratta di una sostanza la cui pericolosità è ampiamente documentata e che, secondo la normativa europea richiamata dai giudici, è associata a patologie come asbestosi, mesotelioma e diversi tipi di tumore.

La Cassazione sottolinea che l’autorizzazione integrata ambientale del 2017 prevedeva la rimozione totale dell’amianto entro il 23 agosto 2023. La scadenza, osservano i giudici, dimostra che le autorità avevano già riconosciuto il rischio e individuato nella rimozione la misura più adeguata per prevenirlo. Negli anni, 6.780 tonnellate di amianto erano già state smaltite.

A preoccupare è anche la permanenza di impianti e sistemi produttivi rimasti sostanzialmente immutati per decenni, con un progressivo deterioramento delle strutture che contribuisce a mantenere attuale il rischio.

La sentenza richiama inoltre gli effetti sulla salute di diversi inquinanti atmosferici, tra cui il particolato PM10 e PM2,5, il biossido di zolfo e gli ossidi di azoto. I giudici citano anche la nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria, approvata nell’ottobre 2024 e da recepire entro l’11 dicembre 2026, che introduce limiti più severi per gli inquinanti atmosferici, in linea con le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Le reazioni: i cittadini esultano, il sindaco chiede alternative

La decisione è stata accolta con soddisfazione dalle associazioni che si sono battute per la tutela della salute dei tarantini. “La vita dei tarantini è importante anche per i giudici della Cassazione. Abbiamo vinto!”, ha scritto sui social l’associazione Genitori Tarantini, che ha sostenuto l’azione giudiziaria di 11 cittadini, tra cui un ragazzo di 13 anni affetto da una rara malattia genetica.

Il Codacons, che si è costituito in giudizio, ha definito la sentenza “una decisione storica”, sottolineando il riconoscimento dei rischi gravi per la salute e la necessità di una tutela ambientale effettiva.

Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, ha invece richiamato l’urgenza di individuare una prospettiva economica per il territorio. “Il verdetto della Cassazione ci restituisce l’urgenza di lavorare alle alternative economiche e produttive che abbiamo più volte richiesto al Governo”, ha dichiarato.

Per il primo cittadino, la chiusura dell’area a caldo impone di accelerare le bonifiche, per evitare che gli impianti fermi diventino a loro volta un rischio per la salute pubblica, e di garantire risposte occupazionali ai dipendenti diretti e dell’indotto. “Taranto non può essere lasciata da sola”, ha aggiunto, chiedendo al Governo interventi che vadano oltre le misure già adottate.

Il futuro dell’ex Ilva resta aperto

La pronuncia della Cassazione conferma il provvedimento giudiziario che impone lo stop all’area a caldo, ma non risolve il problema del futuro produttivo e occupazionale dell’ex Ilva.

Il nodo riguarda non soltanto Taranto, ma anche gli altri stabilimenti collegati alla filiera siderurgica. La decarbonizzazione, gli investimenti e l’individuazione di un soggetto industriale in grado di sostenere la produzione diventano quindi elementi centrali del confronto con il Governo. La sentenza stabilisce i limiti entro cui l’attività economica può svolgersi

Amianto:Sentenze

Respira amianto alla Fiat di Mirafiori per 11 anni, poi il mesotelioma. Inail condannata

L’operaio aveva avviato la battaglia contro l’Inail, poi portata avanti dalla vedova dopo il decesso.La sentenza è diventata definitiva

L’Inail (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) è stato condannato a versare una rendita mensile di circa 1.500 euro e arretrati per circa 150mila euro alla vedova di un ex operaio dello stabilimento Fiat a Mirafiori, morto di tumore dopo aver respirato amianto. La sentenza del tribunale di Potenza, datata giugno 2026, è ora diventata definitiva. 

La famiglia della vittima è stata seguita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio nazionale amianto, che commenta: “La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Questa sentenza restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla memoria del lavoratore. La tutela delle vittime dell’amianto deve essere concreta e tempestiva, perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare”. 


L’Inail (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) è stato condannato a versare una rendita mensile di circa 1.500 euro e arretrati per circa 150mila euro alla vedova di un ex operaio dello stabilimento Fiat a Mirafiori, morto di tumore dopo aver respirato amianto. La sentenza del tribunale di Potenza, datata giugno 2026, è ora diventata definitiva. 

La famiglia della vittima è stata seguita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio nazionale amianto, che commenta: “La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Questa sentenza restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla memoria del lavoratore. La tutela delle vittime dell’amianto deve essere concreta e tempestiva, perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare”. 
 

Aveva appena 17 anni quando, nel giugno del 1958, aveva iniziato a lavorare nello stabilimento Fiat di Mirafiori a Torino. Per oltre undici anni era stato operaio nelle fonderie di ghisa e metalli pesanti, dove era stato esposto all’amianto. Un’esposizione professionale che, secondo quanto accertato dal Tribunale di Potenza, è stata collegata al mesotelioma pleurico che lo ha portato alla morte nel 2018. Successivamente, era stato a contatto con sostanze cancerogene anche lavorando come autista per una società di Bari e in un’azienda cementifera. 

Nel 2016 gli era stato diagnosticato un mesotelioma e lui, poco dopo, aveva chiesto all’Inail il riconoscimento della malattia professionale. Inizialmente, la documentazione sull’esposizione all’amianto era stata ritenuta insufficiente per accedere al fondo dedicato alle vittime dell’amianto. Dopo la morte del lavoratore, la vedova ha portato avanti la battaglia legale, rivolgendosi al tribunale di Potenza, dove risiede adesso. Nel corso del processo, gli accertamenti hanno dimostrato il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e il tumore. 

Operai morti per amianto alle Ogr, assolto anche l’ultimo imputato

La Corte d’appello ha assolto Vincenzo Santoro, 85 anni, medico delle Ferrovie dello Stato negli anni Settanta

Si è concluso con l’assoluzione dell’ultimo imputato il processo sulle morti e le malattie legate all’esposizione all’amianto tra gli operai delle Officine grandi riparazioni (Ogr) di Torino. La Corte d’appello ha assolto Vincenzo Santoro, 85 anni, medico delle Ferrovie dello Stato negli anni Settanta, con la formula «per non avere commesso il fatto».

Tra il 1970 e il 1979, i lavoratori delle officine di corso Castelfidardo riparavano vagoni e locomotive senza adeguate protezioni dalle fibre di amianto. Secondo la ricostruzione giudiziaria, nove operai sono morti e altri sette si sono ammalati di mesotelioma. Le patologie si sono manifestate anche a distanza di decenni dall’esposizione.

Santoro era accusato di non aver sottoposto i dipendenti alle visite mediche periodiche per verificarne l’idoneità alle mansioni e di non aver collaborato con i responsabili delle Ferrovie nell’individuazione di misure per prevenire l’inalazione delle fibre. L’indagine era stata avviata circa vent’anni fa dal pubblico ministero Raffaele Guariniello. In primo grado, la pm Elisa Buffa aveva chiesto condanne fino a tre anni.

Nel procedimento erano coinvolti anche dirigenti delle Ferrovie, chiamati a rispondere della mancata tutela della salute dei dipendenti. Negli anni, le famiglie di alcune vittime hanno ottenuto risarcimenti.

Amianto alle Ogr, assolto l’ultimo imputato dopo 50 anni. Sedici lavoratori morti e nessun colpevole, resta l’amarezza delle famiglie

Condannata Fincantieri. Operaio morì per l’amianto. La sentenza è ribaltata: risarcimento milionario

In primo grado alla famiglia 115mila euro: secondo la sentenza l’uomo si era abituato a morire perché era passato tanto tempo dalla diagnosi.

Una persona a cui viene diagnosticata una malattia professionale terminale si abitua a morire, per cui soffre meno”. La malattia professionale, provocata dall’amianto, era un devastante mesotelioma pleurico diagnostico in un operaio che aveva lavorato dentro lo stabilimento Fincantieri di Ancona dalla fine degli anni ‘50 agli anni ‘70. La scoperta del male nel 2018 e la morte sopraggiunta quattro anni più tardi, nel 2022, dopo un decorso fatto di immane dolore e condizioni fisiche sempre più debilitanti. Abituarsi alla morte, una constatazione assurda, quasi grottesca, ma che si avvicina molto al senso della sentenza di I grado che il tribunale di Ancona aveva emesso nei confronti di un caso di risarcimento nei confronti della Fincantieri da parte dei familiari di un’ex motorista che aveva lavorato all’interno dell’arsenale dorico. Ieri mattina il giudice della Corte d’Appello ha completamente ribaltato la sentenza aumentando di dieci volte il risarcimento base concesso al richiedente: “Siamo riusciti, tra I e II grado, a convincere la corte che il conteggio da cui era stata ricavata la somma risarcitoria fosse fuori luogo e legata a un conteggio non corrispondente alla realtà. Presentando motivi ragionevoli – spiega l’avvocato Ludovico Berti, specializzato proprio nelle cause risarcitorie legate a malattie professionali, con particolare esperienza sul caso Fincantieri – abbiamo evidenziato come la somma corrisposta per quel decesso fosse irragionevole”.

Il tribunale di I grado aveva liquidato la morte dell’operaio anconetano, classe 1940, con 115mila euro e lo aveva fatto basandosi sul principio, stabilito da una tabella base emessa dal tribunale di Milano, che più tempo era passato dalla diagnosi di mesotelioma alla morte e minore era stata la sofferenza e il danno. Un concetto davvero particolare che, dopo la richiesta di Appello presentata dai familiari della vittima attraverso l’avvocato Berti, è stato letteralmente stravolto. In pratica, e qui sta la stranezza della prima sentenza, il risarcimento sarebbe stato superiore se l’ex motorista fosse morto prima, magari nel giro di un anno dalla diagnosi del male, e non dopo tanti anni. Nella sentenza di ieri il giudice ha riconosciuto un ammontare risarcitorio di 1 milione e 50mila euro, ma non basta. Analizzando anche il danno alla parentela dell’operaio, morto nel 2022 a quattro anni di distanza dalla diagnosi senza scampo di mesotelioma pleurico causato dall’amianto respirato in decenni di lavoro, la somma complessiva è lievitata fino a un totale di 1,8 milioni di euro. È stato tenuto in debito conto, infatti, lo stare vicino nella malattia da parte della moglie e dei figli della vittima.

Quella emessa ieri dalla Corte d’Appello è l’ultima di una serie infinita di sentenze legate ai risarcimenti che l’attuale gestione di Fincantieri deve riconoscere ai familiari di decine di operai morti dopo aver lavorato allo stabilimento di Ancona (lo stesso capita per tutti gli altri sette siti aziendali italiani). Coinvolti anche ex lavoratori delle ferrovie e di altre aziende private.

Eternit bis, reato prescritto per Schmidheiny

È la decisione pronunciata dalla Corte di Assise di Appello di Napoli, confermati risarcimenti

Reato estinto per prescrizione, ma confermate le statuizioni civili. È la decisione pronunciata oggi dalla Corte di Assise di Appello di Napoli nei confronti dell’imprenditore svizzero Stephan Ernst Schmidheiny, ex vertice del gruppo Eternit, imputato per la morte di un operaio dello stabilimento di Bagnoli, deceduto nel 2009 a causa di un mesotelioma peritoneale. Il lavoratore aveva prestato servizio nello stabilimento dal 1954 al 1985, svolgendo mansioni che comportavano una prolungata e intensa esposizione alle polveri di amianto: dallo scarico dei sacchi contenenti il minerale alle lavorazioni nei reparti tubi e torni. Dopo oltre trent’anni di esposizione, nel 2007 era arrivata la diagnosi di mesotelioma. Due anni dopo, la morte.

Una vicenda giudiziaria lunga e complessa, iniziata a Torino nell’ambito del processo Eternit bis e successivamente trasferita a Napoli. Nel 2022 la Corte di Assise aveva riconosciuto la responsabilità dell’imputato per omicidio colposo, dopo aver riqualificato l’originaria accusa di omicidio volontario, pronunciandosi anche sulle richieste risarcitorie delle parti civili. Dopo la sentenza di appello del 2024, la Cassazione, nel febbraio 2025, aveva disposto un nuovo giudizio per approfondire la motivazione sul nesso causale tra l’esposizione all’amianto e la morte del lavoratore. Oggi la Corte, presieduta dal giudice Roberto Donatiello, ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, confermando tuttavia le statuizioni civili della sentenza di primo grado e disponendo la rifusione delle spese legali alle parti civili, tra cui l’Osservatorio Nazionale Amianto, assistito dall’avv. Flora Rose Abate.

La prescrizione non equivale a un’assoluzione nel merito. La conferma delle statuizioni civili, ai sensi dell’articolo 578 del codice di procedura penale, rappresenta un risultato significativo per le vittime e i loro familiari, perché mantiene gli effetti civili della precedente decisione nonostante l’estinzione del reato. “Il tempo ha cancellato il reato, ma non la responsabilità – commenta l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’ONA -. Dopo anni di battaglie giudiziarie, questa decisione rappresenta un risultato importante per la famiglia della vittima e per tutti i lavoratori di Bagnoli che hanno respirato amianto senza essere adeguatamente protetti. La prescrizione resta una ferita, perché il trascorrere del tempo non può cancellare il diritto alla giustizia. Come ONA abbiamo chiesto che la Corte si pronunciasse comunque sugli effetti civili e il dispositivo va in questa direzione. Continueremo a batterci per garantire processi in tempi certi e risarcimenti effettivi alle vittime dell’amianto”. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni.

Amianto :Sentenze

Soriano nel Cimino, tumore legato all’amianto: riconosciuti 200mila euro alla vedova

Amianto nelle officine COTRAL, meccanico muore di tumore: la vedova vince contro l’INAIL dopo dieci anni
Sentenza definitiva della Corte d’Appello di Roma: alla donna riconosciuti 200mila euro

NewTuscia – Roma, 22 ottobre 2026 – Per quasi dieci anni ha portato avanti una battaglia giudiziaria per ottenere il riconoscimento della malattia professionale che aveva causato la morte del marito, ex meccanico COTRAL. Una battaglia iniziata dopo il dolore della perdita e proseguita nonostante il primo rifiuto dell’INAIL e una sentenza sfavorevole del Tribunale di Viterbo. Oggi, una donna di 80 anni, residente a Soriano nel Cimino, in provincia di Viterbo, ha ottenuto giustizia dalla Corte d’Appello di Roma, che con una sentenza appena diventata definitiva ha riconosciuto l’origine professionale del tumore ai polmoni che nel 2016 aveva ucciso il coniuge.

L’uomo, anche lui di Soriano nel Cimino, aveva lavorato per 24 anni, dal 1976 al 2000, nella manutenzione dei mezzi COTRAL, in particolare sulla linea Roma–Viterbo. Ogni giorno interveniva su freni, guarnizioni e componenti meccaniche contenenti amianto, lavorando materiali che liberavano fibre e polveri nell’aria delle officine.

All’inizio del 2016 erano comparsi i primi problemi respiratori, accompagnati da forte stanchezza e perdita di appetito. Gli accertamenti avevano rivelato un carcinoma neuroendocrino polmonare. Il 29 settembre dello stesso anno l’uomo era morto, a 71 anni, nel suo paese d’origine.

Da quel momento, per sua moglie è cominciata un’altra battaglia. Convinta che la malattia fosse legata al lavoro svolto per tanti anni dal marito, la donna aveva chiesto all’INAIL il riconoscimento dell’origine professionale del tumore. La domanda era stata respinta e neppure il successivo ricorso al Tribunale di Viterbo aveva avuto esito favorevole.
Ma la vedova non si è arresa. Assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, ha impugnato la decisione, portando il caso davanti alla Corte d’Appello di Roma.

La sentenza, oggi definitiva, ha ribaltato la precedente decisione, riconoscendo il collegamento tra l’esposizione all’amianto e la malattia che aveva provocato la morte del lavoratore. Determinante è stata la consulenza tecnica, che ha individuato proprio nel periodo di servizio presso COTRAL l’esposizione responsabile della patologia.

La Corte ha ribadito anche un principio importante per tutte le vittime dell’amianto: quando è accertata l’esposizione professionale e la malattia rientra tra quelle riconosciute dalla normativa, non spetta ai familiari dimostrare che il tumore non abbia avuto altre cause. È l’INAIL a dover fornire un’eventuale prova contraria.
La decisione riconosce alla vedova il diritto alla rendita ai superstiti e alle ulteriori prestazioni previste dalla legge, per un valore economico complessivo di circa 200mila euro (stima ONA).

«Questa vicenda racconta la determinazione di una donna che non ha accettato che la morte del marito restasse priva di un riconoscimento. Una donna che, dopo aver condiviso una vita con il suo compagno, ha scelto di difenderne la memoria e i diritti, affrontando un percorso giudiziario lungo e complesso – dichiara l’avvocato Bonanni –. È una storia che richiama l’attenzione anche sui rischi ai quali sono stati esposti per decenni i lavoratori della manutenzione automobilistica e ferroviaria, spesso a contatto con materiali contenenti amianto, le cui conseguenze sulla salute possono manifestarsi molti anni dopo».

Amianto, nuova condanna per la Marina militare. Presunte boniche fasulle, sindacati parti civili

La Forza Armata  si opponeva in tribunale  sostenendo  che la morte fosse dovuta alle conseguenze di  un ictus cerebrale.  

 La Spezia – Per 37 anni ha lavorato in Marina. Arruolato nel 1955, congedato nel 1992. Nel 2019 gli hanno diagnosticato un cancro ai polmoni, in stadio avanzato. È mancato poco dopo. La famiglia ha dimostrato che era stato «continuativamente esposto a fibre di amianto, durante il servizio». E il Tribunale ha concesso i benefici di legge alla vedova e ai figli.

La strage

È l’ennesima sentenza spezzina che riconosce gli effetti devastanti dell’esposizione ad amianto. È la conferma del triste “primato” di un territorio che continua a pagare un prezzo altissimo, per decenni di mancata tutela dei lavoratori. La storia ricalca quella di tutti quei dipendenti militari e civili che hanno respirato le fibre, pericolosissime, senza essere protetti.

L’amianto colpisce dopo anni. Miete vittime fra chi ha lavorato nella cantieristica, nell’industria, in Arsenale e su navi militari. Era tutto imbottito d’amianto. Sono state necessarie battaglie di anni per accertare la presenza della fibra sui posti di lavoro. Le sentenze sono ormai quasi tutte a favore delle famiglie.

Si sapeva 

Le condanne vengono emesse perché viene accertato che ad alti livelli lo Stato era a conoscenza del pericolo ma non intervenne. E, dove intervenne, non ci fu una immediata operazione di tutela dei lavoratori.

In sintesi, continuarono a prestare servizio senza mascherine e guanti, senza sapere che la polvere respirata poteva uccidere. Il sottufficiale per cui gli eredi hanno ottenuto giustizia, aveva un adenocarcinoma polmonare stadio IV B, con gravissime metastasi. Era in congedo ma l’amianto uccide anche dopo 30 o 40 anni.

Lo  scontro 

La causa è stata curata dall’avvocata Sandra Biglioli, che affianca l’associazione Afea, fondata da Pietro Serarcangeli alla Spezia, per assistere le famiglie delle vittime. La Marina non ha potuto negare il nesso fra servizio e malattia, a fronte della presenza di placche pleuriche che rappresentano una firma della presenza di fibre killer nei polmoni. Si è però opposta per due motivi.

Primo, la causa della morte del marinaio era stata, alla fine, un ictus ischemico cerebrale. Secondo, non si poteva parlare di «invalidità permanente», in quanto la malattia era «ancora in stato di aggravamento e non stabilizzata». La Corte non ha condiviso.

La sentenza 

Sulla base anche della perizia commissionata ad un consulente esperto, la Corte ha obiettato che fin dal momento della diagnosi era subentrato «un deterioramento permanente e di estrema rilevanza delle condizioni di salute del marinaio», costretto ad sottoporsi ad un duro trattamento oncologico.

Era purtroppo «una compromissione grave e non reversibile». In quanto alla malattia, «anche se è ancora “solo” in peggioramento, configura già un danno permanente» se stravolge la vita. E, purtroppo, il militare non si riprese più, morì la settimana di Natale, all’ospedale Sant’Andrea.

Testimoni 

È caduto il muro di silenzio opposto inizialmente dai dipendenti della Difesa. Spinti da spirito di servizio, molti tacevano sulle condizioni degli ambienti di lavoro. Recenti testimonianze di militari spezzini hanno confermato di fronte ai giudici che «a bordo delle navi vi erano centinaia di chilometri di tubazioni coibentate d’amianto».

Le fibre «entravano in ogni locale, mense, servizi, dormitori, cabine, cucine». In navigazione, «con le forti vibrazioni, le polveri si disperdevano nell’aria, e i sistemi di ventilazione le trasportavano in ogni dove». I testimoni hanno ribadito che «nessuno dei superiori si era preoccupato di renderci edotti sulla pericolosità dell’inalazione delle fibre d’amianto né di fornirci dispositivi di protezione individuali». Non c’erano cartelli «che avvertissero della presenza di amianto e di polveri o che imponessero l’uso di protezioni».

Amiantopoli 

Due sindacati nazionali hanno depositato la richiesta di costituzione quali parti lese all’udienza preliminare sulla presunta “amiantopoli” spezzina. Uno è il Sindacato dei Militari, assistito dall’avvocato Piero Santantonio, fondato da Luca Marco Comellini, che intende costituirsi «per la tutela della salute e della sicurezza dei militari in servizio». L’altro è il Siulm, rappresentato dagli avvocati Mimmo Lardiello e Serena Visconti, che auspica si faccia «piena luce sull’eventuale esposizione del personale a rischi per la salute». All’esito di una lunga inchiesta, il pubblico ministero Elisa Loris ha depositato 17 richieste di rinvio a giudizio, per più episodi opachi che sarebbero avvenuti dal 2017 in poi in Arsenale.

Bonifiche 

Il caso è all’attenzione della giudice Marinella Acerbi. Uno dei filoni verte su bonifiche di componenti in amianto attestate che sarebbero state dichiarate «eseguite», ma che in realtà sarebbero state incomplete o non fatte o con uso di componenti non conformi. Per risanare o sostituire 2612 interruttori e altri componenti di sistemi di combattimento, lo Stato aveva versato oltre 2 milioni.

Se fosse accertato che le bonifiche non erano state correttamente eseguite potrebbero esserci stati militari esposti al rischio amianto, sulle navi Grecale, Scirocco, Vesuvio, Numana, Milazzo, Libeccio, Gaeta, Viareggio, Chioggia, Termoli, Maestrale, Sapri, Anteo. —

Amianto:Catalogo INAIL

Esposizione all’amianto nei luoghi di lavoro: il nuovo catalogo INAIL 2026

L’INAIL aggiorna il catalogo delle esposizioni professionali e non professionali all’amianto, ricostruendo i materiali e le lavorazioni a rischio. L’approfondimento interessa anche il settore delle costruzioni, dalle demolizioni alle manutenzioni, fino agli scavi, alla luce degli obblighi di prevenzione previsti dal D.Lgs. n. 81/2008

L’INAIL ha aggiornato il “Catalogo delle principali occasioni di esposizione professionale e non professionale ad amianto”, che ricostruisce gli impieghi del minerale nei diversi settori produttivi, le lavorazioni che hanno determinato l’esposizione dei lavoratori e le circostanze nelle quali il rischio può ancora manifestarsi.

Il documento, pubblicato nell’ottobre 2026 dal Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale, nasce dall’esperienza maturata nell’ambito del Registro nazionale dei mesoteliomi (ReNaM) e approfondisce anche le esposizioni indirette, familiari e ambientali, spesso difficili da individuare attraverso la sola storia professionale.

Particolare attenzione viene riservata al settore delle costruzioni, nel quale l’amianto ha trovato largo impiego e dove la permanenza di materiali contenenti amianto negli edifici e negli impianti continua a rappresentare una possibile fonte di esposizione durante demolizioni, ristrutturazioni e manutenzioni, soprattutto quando vengono interessati componenti dei quali non si conoscono la composizione o l’esatta collocazione.

Esposizione all’amianto: cosa contiene il catalogo INAIL 2026

Il catalogo aggiorna e amplia le informazioni contenute nell’VIII Rapporto del Registro nazionale dei mesoteliomi, sviluppando il lavoro di ricostruzione delle esposizioni condotto dall’INAIL insieme ai Centri operativi regionali (COR), che attraverso l’analisi delle storie lavorative, residenziali e familiari delle persone colpite da mesotelioma cercano di individuare le circostanze nelle quali è avvenuto il contatto con le fibre.

L’edizione 2026 comprende anche una revisione del questionario anamnestico utilizzato per queste indagini, con particolare attenzione alle esposizioni meno conosciute e ai casi nei quali la storia professionale non consente di risalire immediatamente a una possibile fonte di contaminazione.

La pubblicazione prende in esame numerosi comparti produttivi, dalla cantieristica navale all’industria chimica, dalla metallurgia ai trasporti, dall’agricoltura alla sanità, fino alle costruzioni e alla manutenzione degli edifici, descrivendo per ciascuno i materiali contenenti amianto (MCA), le lavorazioni e le mansioni potenzialmente espositive. Le informazioni sono accompagnate da domande specifiche attraverso le quali ricostruire le attività svolte, la frequenza degli interventi e le attrezzature utilizzate.

Il catalogo ha una finalità prevalentemente epidemiologica e non introduce nuovi obblighi in materia di sicurezza sul lavoro, ma le informazioni raccolte consentono di approfondire le condizioni nelle quali si sono verificate le esposizioni e di riconoscere situazioni di rischio che possono ancora presentarsi.

Rischio amianto: gli obblighi di prevenzione del D.Lgs. n. 81/2008

La disciplina sulla protezione dei lavoratori dall’esposizione all’amianto è contenuta nel Titolo IX, Capo III, del D.Lgs. n. 81/2008, aggiornato dal D.Lgs. n. 213/2025 in recepimento della direttiva (UE) 2023/2668.

Particolare rilievo assume l’art. 248, che impone al datore di lavoro di adottare le misure necessarie per individuare la presenza di materiali potenzialmente contenenti amianto prima dell’esecuzione di lavori di demolizione, manutenzione o ristrutturazione.

Per gli edifici costruiti prima dell’entrata in vigore della Legge n. 257/1992, la disposizione prevede l’acquisizione delle informazioni disponibili presso i proprietari dei locali, altri datori di lavoro e ulteriori fonti, compresi i registri pertinenti. Qualora tali informazioni non siano disponibili, il datore di lavoro deve provvedere a un esame della possibile presenza di amianto mediante un operatore qualificato, acquisendone il risultato prima dell’inizio dei lavori.

Il comma 2 dello stesso articolo stabilisce inoltre che, in presenza anche del minimo dubbio sull’esistenza di amianto in un materiale o in una costruzione, trovano applicazione le disposizioni del Capo III.

l successivo art. 249 disciplina la valutazione del rischio, finalizzata a stabilire la natura e il grado dell’esposizione dei lavoratori e le misure preventive e protettive da adottare. Il comma 1-bis, introdotto dal D.Lgs. n. 213/2025, prevede che nelle attività che possono comportare un rischio di esposizione sia data priorità alla rimozione dell’amianto o dei materiali che lo contengono rispetto ad altre forme di manutenzione e bonifica.

Amianto e mesotelioma: gli effetti delle esposizioni pregresse

L’amianto è stato utilizzato per decenni grazie alle sue proprietà di isolamento termico e acustico, alla resistenza al calore e al costo relativamente contenuto, trovando applicazione in una vasta gamma di prodotti e materiali destinati all’industria e alle costruzioni. La Legge n. 257/1992 ne ha disposto la messa al bando, ma le conseguenze sanitarie delle esposizioni avvenute prima del divieto continuano a manifestarsi.

Il catalogo ricorda che il mesotelioma presenta una latenza mediamente di circa 40 anni dall’inizio dell’esposizione, con una variabilità significativa tra i singoli casi, e che per questa patologia non è stata individuata una soglia di esposizione priva di rischio. La probabilità di insorgenza della malattia aumenta inoltre in relazione all’esposizione cumulata, rendendo particolarmente importante la ricostruzione delle attività svolte nel corso dell’intera vita lavorativa.

Secondo l’INAIL, l’andamento dell’incidenza e della mortalità mostra una tendenza all’appiattimento della curva, mentre nelle generazioni più giovani si osserva già una riduzione dei tassi riconducibile agli effetti del divieto. Rimane tuttavia il problema dei materiali contenenti amianto ancora presenti negli edifici e negli impianti, che possono determinare nuove occasioni di esposizione quando vengono deteriorati, rimossi o sottoposti a lavorazioni capaci di liberare fibre.

Esposizione professionale all’amianto: settori e attività coinvolte

La ricostruzione dell’INAIL comprende numerose attività nelle quali la presenza di amianto non era necessariamente collegata alla produzione o alla lavorazione diretta del minerale. Accanto ai comparti storicamente più esposti, come la produzione di cemento-amianto, la cantieristica navale e la manutenzione ferroviaria, il catalogo documenta impieghi in attrezzature della ristorazione, macchinari industriali, apparecchiature elettriche, impianti termici e sistemi frenanti dei veicoli.

In molti casi l’esposizione avveniva durante la manutenzione, quando gli operatori intervenivano su guarnizioni, rivestimenti isolanti, componenti meccanici o materiali deteriorati, mentre in altre situazioni interessava lavoratori che operavano negli stessi ambienti nei quali venivano eseguite attività capaci di disperdere fibre.

Per ricostruire le esposizioni pregresse diventa quindi importante conoscere le mansioni effettivamente svolte, i materiali manipolati e le condizioni operative, anche quando l’attività principale dell’impresa non prevedeva l’impiego diretto di amianto.

Amianto in edilizia: materiali e lavorazioni a rischio

Secondo l’INAIL, oltre il 90% dell’amianto in fibra prodotto o importato in Italia è stato impiegato nella produzione di cemento-amianto, del quale l’industria delle costruzioni è stata il principale utilizzatore. Negli edifici civili e industriali i manufatti più diffusi comprendevano lastre ondulate e piane, tubazioni, canne fumarie, serbatoi, comignoli e raccordi, ma l’amianto veniva utilizzato anche nei materiali per impermeabilizzazioni, negli intonaci, negli stucchi e nelle pavimentazioni in vinil-amianto, talvolta anche nei relativi collanti.

A partire dagli anni Sessanta si è diffuso inoltre l’impiego di pannelli prefabbricati contenenti cemento-amianto, utilizzati per tamponamenti esterni e pareti divisorie in edifici scolastici, residenziali e strutture pubbliche. Un’altra applicazione riguardava i rivestimenti a spruzzo sulle strutture portanti, realizzati per migliorarne la resistenza al fuoco o per esigenze di isolamento termico e acustico, spesso mediante materiali con percentuali elevate di amianto e caratterizzati da una matrice particolarmente friabile.

Tra le attività storicamente più espositive, il catalogo individua il taglio, la foratura e la sagomatura dei manufatti in cemento-amianto con utensili elettrici e dischi abrasivi, insieme alle operazioni di demolizione che ne provocavano la frantumazione. Le testimonianze raccolte attraverso le anamnesi professionali indicano che queste lavorazioni venivano generalmente eseguite senza aspirazione localizzata e senza adeguate protezioni individuali.

La presenza di un materiale contenente amianto non comporta però necessariamente un’esposizione alle fibre, che dipende dalle caratteristiche della matrice, dallo stato di conservazione del manufatto e dalle sollecitazioni alle quali viene sottoposto. I materiali compatti, nei quali le fibre sono saldamente legate alla matrice, presentano generalmente una minore capacità di rilascio rispetto a quelli friabili, ma possono diventare una fonte di esposizione quando vengono tagliati, abrasi o demoliti.

Demolizioni e manutenzioni: la presenza di amianto negli edifici

Tra le principali occasioni di esposizione ancora presenti nel settore edilizio, il catalogo richiama le demolizioni, durante le quali possono essere danneggiati materiali contenenti amianto dei quali non si conoscono l’esistenza o la precisa collocazione. Il problema interessa soprattutto componenti che rimangono nascosti fino all’apertura delle strutture o allo smontaggio delle apparecchiature, come canne fumarie, pannelli isolanti, pavimentazioni, serbatoi e parti degli impianti.

Anche nelle manutenzioni il rischio può emergere durante interventi ordinari, ad esempio quando vengono sostituite tubazioni, rimosse coibentazioni o lavorate parti contenenti materiali isolanti. Il documento ricostruisce le esposizioni dei termoidraulici durante la manutenzione di caldaie e condotte, la sostituzione delle guarnizioni e la rimozione di rivestimenti spesso realizzati con amianto friabile, mentre per gli elettricisti richiama soprattutto le lavorazioni eseguite negli edifici industriali, dove gli interventi sugli impianti potevano interessare coibentazioni o componenti contenenti amianto.

Queste circostanze rendono particolarmente importante la preventiva individuazione dei materiali sospetti, soprattutto quando si interviene su edifici e impianti realizzati nei periodi di maggiore diffusione dell’amianto e la documentazione disponibile non consente di ricostruire completamente le caratteristiche dei materiali installati.

Amianto naturale negli scavi e nelle infrastrutture

Il catalogo esamina anche le esposizioni riconducibili all’amianto naturalmente presente in determinate formazioni geologiche, indicato con l’acronimo NOA (Naturally Occurring Asbestos). In alcune aree del territorio italiano, le operazioni di scavo, sbancamento, perforazione e realizzazione di gallerie possono interessare rocce contenenti minerali fibrosi di amianto.

L’INAIL richiama in particolare le ofioliti, comunemente conosciute come pietre verdi, alcune delle quali possono contenere fibre di amianto in funzione delle caratteristiche mineralogiche del giacimento. Materiali provenienti da queste formazioni sono stati utilizzati anche per massicciate e sottofondi stradali, con possibili occasioni di esposizione durante gli interventi di costruzione e manutenzione delle infrastrutture.

Nelle aree interessate da questa eventualità, il documento richiama l’importanza delle valutazioni geologiche preventive, facendo riferimento alle cartografie e alle mappature disponibili a livello nazionale e regionale. La presenza di formazioni ofiolitiche richiede pertanto un approfondimento delle caratteristiche del sito, senza presumere che tutte le rocce appartenenti a questa categoria contengano amianto.

Esposizione indiretta all’amianto e attività di manutenzione

Le indagini riportate dall’INAIL documentano situazioni nelle quali l’esposizione interessava anche lavoratori che non manipolavano direttamente materiali contenenti amianto. Nei cantieri navali, negli impianti industriali e durante le attività di coibentazione, la contemporanea presenza di più categorie professionali negli stessi ambienti poteva determinare la dispersione delle fibre anche nelle aree occupate da personale addetto ad altre mansioni.

Il catalogo prende inoltre in considerazione gli operai impegnati nella manutenzione di scuole, ospedali, edifici pubblici e stabilimenti industriali, che potevano eseguire lavori edili, idraulici ed elettrici pur appartenendo ad altri comparti produttivi. Nella ricostruzione delle esposizioni pregresse assume quindi rilievo anche l’eventuale svolgimento di attività occasionali e la presenza di altre lavorazioni negli ambienti frequentati.

Esposizione non professionale: ambienti domestici e familiari

Una sezione del catalogo riguarda le esposizioni avvenute al di fuori degli ambienti lavorativi, comprendendo quelle ambientali, familiari e legate all’utilizzo di materiali contenenti amianto nelle abitazioni o durante attività personali.

Tra le situazioni maggiormente documentate figura la contaminazione domestica attraverso gli indumenti da lavoro, che in passato venivano portati a casa e lavati dai familiari, mentre le esposizioni ambientali potevano interessare le popolazioni residenti nelle vicinanze degli stabilimenti industriali e dei siti estrattivi oppure in aree caratterizzate dalla presenza naturale di amianto.

Queste informazioni possono contribuire a individuare l’origine dell’esposizione nei casi di mesotelioma per i quali non emergono precedenti attività lavorative direttamente associate all’amianto, soprattutto nelle donne, le cui storie espositive risultano spesso più difficili da ricostruire.

Amianto : Leggi

Risarcimento amianto: l’Inail si detrae solo per danni identici

La Cassazione fissa i paletti per sottrarre la rendita Inail dal risarcimento agli eredi. Serve un’assoluta omogeneità tra le poste, vietati gli automatismi.

Un dipendente perde la vita per l’esposizione alle fibre di amianto e i familiari si rivolgono al tribunale per ottenere giustizia economica. Da questo tragico episodio emerge una regola civilistica ferrea e valevole per qualsiasi contenzioso lavorativo: l’indennità statale non azzera il debito del datore di lavoro se copre perdite differenti. Il principio generale stabilisce che la rendita Inail incassata in vita dalla vittima non può essere scomputata dal risarcimento del danno preteso dagli eredi, a meno che le due somme non coprano esattamente il medesimo pregiudizio. La magistratura smonta l’idea che basti l’appartenenza alla stessa famiglia giuridica, come i pregiudizi di natura non patrimoniale, per attivare le detrazioni a favore delle aziende. Le poste finanziarie in gioco devono sovrapporsi in modo

Il caso dell’arsenale e l’esposizione fatale

La vicenda processuale nasce all’interno dell’Arsenale della Marina militare di Taranto, un sito che rappresenta uno dei simboli delle patologie industriali del nostro Paese. Un addetto alle saldature, impiegato per anni nelle operazioni di taglio e smontaggio degli apparati navali, ha respirato quotidianamente polveri e fibre tossiche in ambienti saturi e privi di protezioni respiratorie. L’ambiente insalubre ha innescato un mesotelioma pleurico letale.

Durante la fase terminale della malattia, l’uomo aveva ottenuto dall’ente previdenziale un assegno mensile per l’invalidità permanente. In seguito al decesso, la famiglia ha citato in giudizio il ministero della Difesa, in qualità di datore di lavoro, chiedendo la liquidazione di diverse voci di sofferenza:

  • il danno biologico temporaneo subito dalla vittima;
  • il pregiudizio morale legato alla consapevolezza della fine imminente;
  • la perdita del rapporto parentale subita dai familiari;

Il Tribunale prima e la Corte d’appello poi hanno condannato l’amministrazione, accertando la colpevolezza per la mancata adozione delle misure protettive. Lo Stato ha impugnato la sentenza, pretendendo che le somme versate dall’Inail venissero sottratte dal conto finale presentato agli eredi.

La compensatio lucri cum damno e l’omogeneità

Con l’ordinanza 14356 del 15 maggio 2026, la Suprema Corte ha respinto la linea difensiva ministeriale, affrontando la complessa dottrina della compensatio lucri cum damno (già esplorata di recente con l’ordinanza 2624/2026). Per ridurre un indennizzo a causa di un’altra utilità economica ricevuta per il medesimo fatto illecito, i magistrati esigono una corrispondenza millimetrica tra le due entità.

L’operazione di scorporo impone di analizzare il “bene” specifico che l’assegno mira a ristorare. Rientrare nella medesima macro-categoria, patrimoniale o non patrimoniale, risulta un dettaglio irrilevante. I giudici spiegano il concetto con un paragone lampante relativo ai danni materiali: la perdita di reddito e il guasto alla propria automobile sono entrambi danni patrimoniali, eppure nessuno penserebbe mai di sottrarre il rimborso del carrozziere dai soldi che l’Inail eroga per una inabilità lavorativa.

Perché le richieste degli eredi restano intatte

Spostandosi sul terreno scivoloso delle macro-lesioni fisiche e morali, la perimetrazione delle singole voci diventa complessa ma non eludibile. Nel caso dei cantieri navali tarantini, i giudici di merito avevano accordato al lavoratore defunto un danno biologico di tipo temporaneo e una sofferenza psicologica pura, derivante dal terrore di veder approssimarsi la propria morte.

Queste specifiche perdite, sebbene abbiano la stessa natura giuridica di danno non patrimoniale, non condividono alcun elemento con la pensione di invalidità permanente erogata dallo Stato. Avendo oggetti totalmente slegati, le poste non coprono la medesima perdita e lo scomputo a vantaggio del ministero risulta inapplicabile.

Omissioni, tutele e nesso di causalità

L’ordinanza si spinge oltre, disinnescando altri due tentativi di difesa dell’amministrazione pubblica. Il primo riguarda il nesso causale omissivo. I legali dello Stato ritenevano che le misure di sicurezza, seppur assenti, non avrebbero comunque evitato la malattia. I giudici di legittimità chiariscono che le contestazioni astratte non hanno alcun valore nelle aule di tribunale. Per smontare l’accusa, il responsabile deve indicare con precisione quali fossero i dispositivi di protezione concretamente esigibili in quel contesto e dimostrare, attraverso elementi oggettivi, che la loro adozione si sarebbe rivelata inutile per arginare l’inalazione delle fibre.

La prevedibilità della malattia professionale

Un’ulteriore scialuppa di salvataggio invocata dal dicastero riguardava le tempistiche scientifiche. Secondo la difesa, tra gli anni Sessanta e Ottanta il rischio di contrarre una neoplasia pleurica respirando dosi minime di asbesto era totalmente imprevedibile per la comunità medica.

La Cassazione neutralizza anche questa tesi, precisando i limiti della prevedibilità dell’evento lesivo. L’obbligo di tutelare i dipendenti si riferisce al danno primario, non all’esatta manifestazione clinica che colpirà il soggetto. Il datore di lavoro non era tenuto a prevedere matematicamente l’insorgenza del mesotelioma a basse esposizioni. Era ampiamente sufficiente conoscere la generale nocività del minerale per la salute umana, un dato acquisito e documentato scientificamente fin dall’inizio del Novecento.

Amianto : Sentenze

Morto di tumore, “esposizione all’amianto non provata”. Gli eredi perdono la causa

La Spezia. Il consulente: “I dati sembrano individuare una correlazione”. I giudici: “L’uso del condizionale non è garanzia di affidabilità”

La Spezia – Battaglia legale dei familiari di un sabbiatore portuale spezzino, mancato nel 2021 all’età di 72 anni a causa di un tumore al colon. La famiglia sostiene che abbia avuto un peso, nell’aggravamento e nella morte del proprio caro, quella pericolosa esposizione all’amianto che già aveva determinato purtroppo altre malattie pesanti, a partire da un problema respiratorio, inizialmente indicato come silicosi, riclassificata poi in asbestosi, evoluto poi in tumore polmonare. Il lavoratore se n’è andato a causa del cancro al colon.

In primo grado, alla Spezia, il Tribunale del lavoro ha ritenuto che fosse correlato, quantomeno come concausa, all’esposizione lavorativa all’amianto, che è stata accertata. Inail ha impugnato la sentenza, sostenendo che la valutazione del consulente fosse «generica e imprecisa, non supportata da dati strumentali e scientifici idonei a confermare la correlazione».

Ed ora la Corte di Appello di Genova ha ribaltato il giudizio. Si andrà, molto probabilmente, in Cassazione, a fronte di valutazioni così contrastanti. In primo grado, il consulente tecnico incaricato dalla Corte aveva scritto che la morte era «da porsi in relazione causale con l’aggravarsi della neoplasia del colon retto di cui era portatore in vita, la cui genesi era però da ricondursi anche alla prolungata esposizione all’asbesto durante la vita lavorativa». Non aveva avuto dubbi.

Inail ha sostenuto che dagli studi della letteratura internazionale emerga solo la possibilità di «una debole correlazione con l’amianto». La Corte di appello ha insistito sul fatto che il nesso di causalità non possa «essere oggetto di semplici presunzioni, tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili».

Pertanto, ha ritenuto necessario il rinnovo della consulenza tecnica d’ufficio di primo grado, che aveva affermato il nesso di concausalità tra il tumore del colon e l’esposizione lavorativa ad amianto.

Il consulente ha affermato che «numerosi studi hanno evidenziato un aumento del rischio di tumori del colon retto, dello stomaco e dell’esofago in persone esposte all’amianto» e ha citato un contributo dal quale «emerge l’esistenza di una debole, ma positiva, associazione tra esposizione di cancro colon rettale».

E ha concluso di nuovo di «ritenere di potersi esprimere favorevolmente su una possibile correlazione tra amianto e neoplasia» del sabbiatore spezzino.

Il collegio, tuttavia, ha insistito ancora e ha disposto l’acquisizione di chiarimenti da parte del consulente circa le conclusioni “favorevoli”, costituite secondo il giudice «da un giudizio di mera possibilità e non probabilità qualificata».

All’esito di nuovi passaggi su «nuovi studi da cui emergerebbe un aumento di mortalità da cancro del colon retto nelle coorti con alto rischio di cancro polmonare», il consulente ha quindi formulato le nuove conclusioni. «L’analisi dei dati al momento disponibili sembra individuare una preponderanza statistica sempre più favorevole alla correlazione tra esposizione ad amianto e carcinoma del colon retto. Il caso specifico potrebbe riflettere una probabilità qualificata sufficiente per riconoscere la sussistenza del nesso causale».

La Corte ha sottolineato che l’uso del condizionale «non offre adeguate garanzie di affidabilità, anche alla luce del grado di diffusione della patologia nella popolazione generale». E ha ritenuto di dare maggior peso alla documentazione medica del lavoratore, che «già nel 2005 era affetto da obesità e dichiarava il consumo giornaliero di un litro di vino, oltre che la pregressa abitudine al fumo di entità particolarmente rilevante». È stato citato «l’aggiornamento dell’elenco europeo delle malattie professionali».

Scrive il giudice che «sulla scorta delle migliori evidenze e conoscenze scientifiche disponibili, il tumore del colon e del retto è stato inserito nell’elenco delle malattie di “sospetta” origine professionale e non in quello delle malattie professionali correlate all’amianto». —

Amianto sulle navi della Marina, 17 imputati nell’inchiesta spezzina: due sindacati chiedono di partecipare al processo

Diciassette persone coinvolte e due filoni d’indagine, uno relativo alla gestione di aree demaniali militari e l’altro alle bonifiche dall’amianto su 15 unità navali della Marina militare. È il procedimento penale al centro dell’udienza preliminare che si è svolta il 13 ottobre al Tribunale della Spezia, nel quale la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio degli indagati. Tra le contestazioni figurano presunte false attestazioni, irregolarità nelle bonifiche, falsificazione di certificazioni e corruzione. Nel procedimento sono coinvolti ufficiali e funzionari della Marina, oltre a imprenditori, amministratori e dipendenti di società appaltatrici.

Il primo filone riguarda le permute di aree del demanio militare, in particolare il Capannone 61 e il Piazzale Martellotta. Secondo le ipotesi accusatorie riportate nella documentazione, false attestazioni di una condizione di “urgenza qualificata” avrebbero consentito a soggetti privati di occupare anticipatamente spazi militari. Le condotte contestate avrebbero comportato un danno per l’Erario e violazioni delle norme urbanistiche e delle procedure per la dismissione e l’utilizzo del patrimonio pubblico.

Il secondo filone riguarda invece le bonifiche dai materiali contenenti amianto effettuate su 15 unità navali. L’ipotesi della Procura è che i materiali pericolosi non siano stati rimossi correttamente e che siano stati installati componenti non certificati o non conformi, con una successiva copertura delle lavorazioni attraverso documentazione tecnica artefatta e false certificazioni di avvenuta bonifica. A un ufficiale superiore viene contestato di aver ricevuto somme di denaro mensili in cambio dell’omissione dei controlli e della facilitazione dei pagamenti alla ditta esecutrice, nell’ambito di un’ipotesi di corruzione.

Le unità interessate dalle presunte irregolarità sono le navi Grecale, Scirocco, Vesuvio, Numana, Milazzo, Libeccio, Gaeta, Chioggia, Termoli, Maestrale, Sapri, Anteo, Viareggio e Bersagliere, oltre al bacino galleggiante GR-J 524.

Nel procedimento sono coinvolte anche due organizzazioni sindacali militari, entrambe indicate come persone offese. Il Sindacato dei Militari, rappresentato dal segretario generale Luca Marco Comellini, è assistito dall’avvocato Piero Santantonio, del Foro di Forlì-Cesena. Il Siulm Marina ha invece presentato richiesta di costituzione di parte civile in occasione dell’udienza preliminare del 13 ottobre, attraverso gli avvocati Mimmo Lardiello e Serena Visconti. La richiesta dovrà essere valutata nell’ambito del procedimento.

La vicenda dell’amianto sulle navi militari era già arrivata al centro di una controversia sull’accesso agli atti nel gennaio 2020. Il 7 gennaio di quell’anno Comellini – riporta il Sindacato dei Militari – aveva presentato al ministero della Difesa e allo stato maggiore della Marina un’istanza di accesso civico generalizzato per ottenere la mappatura dell’amianto sulle unità navali, sui sommergibili e negli Arsenali militari marittimi della Spezia, Taranto, Augusta e Brindisi. L’amministrazione aveva accolto solo parzialmente la richiesta per quanto riguardava gli arsenali e aveva negato l’accesso alla documentazione sulle navi e sui sommergibili, richiamando esigenze di riservatezza e sicurezza nazionale, oltre all’ampiezza della richiesta

l 13 febbraio 2020 il sindacato aveva chiesto il riesame del diniego, confermato il 4 marzo dal responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del ministero della Difesa. La questione era stata sottoposta anche all’Anac, in relazione alla mancata pubblicazione delle mappature nella sezione dedicata alle informazioni ambientali. Il ministero aveva sostenuto che quei documenti non rientrassero negli obblighi di pubblicazione previsti dalla normativa sulle informazioni ambientali.

A distanza di oltre sei anni, la vicenda è approdata al procedimento penale che dovrà accertare le contestazioni relative alle aree demaniali e alle lavorazioni sulle unità navali.

Amianto, risarcimento a Lecce per il figlio di un ex militare della Marina

Il Tribunale di Lecce ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire con 138.801 euro, oltre interessi, un orfano napoletano per la perdita del padre, ex militare della Marina Militare morto di mesotelioma pleurico.

Lo rende noto l’Osservatorio Nazionale Amianto.
    Originario anch’egli di Napoli, l’uomo aveva prestato servizio presso la base navale di Taranto e a bordo della nave Sagittario, con mansioni di fuochista e motorista navale, entrando in contatto con materiali contenenti amianto, all’epoca largamente utilizzati negli ambienti e negli impianti militari.

Durante il servizio, svolto tra il 1958 e il 1960, il militare era entrato in contatto con le fibre di amianto senza adeguate protezioni.
    Tra gli elementi emersi nella ricostruzione dell’esposizione figura anche l’utilizzo di una pezza di amianto in dotazione insieme al mitragliatore, a testimonianza di quanto il materiale fosse presente nelle attività quotidiane a bordo. Le conseguenze di quell’esposizione si sono manifestate dopo oltre cinquant’anni, quando l’uomo ha sviluppato un mesotelioma pleurico, una grave neoplasia che ne ha provocato la morte nel novembre 2016.

 Il giudice ha riconosciuto il collegamento tra l’esposizione e la patologia, accertando la responsabilità del Ministero della Difesa per la mancata adozione di adeguate misure di protezione e per l’assenza di informazioni sui rischi ai quali il militare era esposto. La sentenza, passata in giudicato, riconosce al figlio il risarcimento del danno non patrimoniale subito per la perdita del padre.
    “Il risarcimento ottenuto dal figlio rappresenta un riconoscimento concreto del danno subito per la perdita del padre. È una decisione importante anche per le tante famiglie che continuano a confrontarsi con le conseguenze dell’amianto e con percorsi giudiziari spesso lunghi e complessi”, dichiara l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della famiglia.

Amianto:Sentenze

Lavorò 6 anni nell’ex Ilva, riconosciuto il nesso tra il tumore al colon e l’esposizione all’amianto

La giudice del lavoro di Taranto nella sentenza cita i danni legati all’esposizione alle pericolose fibre. Ma nel caso dello stop dell’area a caldo, il procuratore generale della Cassazione ha ritenuto i pericoli per la salute solo “presunti”

Morì per l’esposizione all’amianto, la moglie vince la sua battaglia di giustizia

Il tribunale di Potenza ha condannato l’Inail a risarcire la vedova di un operaio che si ammalò dopo anni di lavoro a contatto con il minerale cancerogeno

POTENZA – Nella Giornata nazionale dedicate alla vittime sul lavoro, una storia di giustizia arriva da Potenza. Dopo dieci anni di battaglia, una vedova lucana ha ottenuto verità giudiziaria per il marito, morto nel 2018 a causa di un mesotelioma pleurico provocato dall’esposizione all’amianto durante il lavoro. È definitiva la sentenza del Tribunale di Potenza che riconosce l’origine professionale della malattia e condanna l’Inail a versare circa 150mila euro per le somme maturate durante la malattia e una rendita ai superstiti di circa 1.500 euro mensili, oltre alle maggiorazioni del Fondo Vittime dell’amianto. Le cifre sono stime dell’Osservatorio Nazionale Amianto (Ona).

L’uomo aveva iniziato a lavorare a soli 17 anni nelle fonderie Fiat di Mirafiori, a Torino. Successivamente, come autista, aveva trasportato materiali in amianto prodotti dalla Fibronit di Bari, continuando a movimentarli anche presso la cementifera Sami. Per oltre sedici anni era stato esposto al cancerogeno.

Dopo due rigetti delle richieste da parte dell’Inail, la moglie, originaria di Marsico Nuovo e residente a Marsicovetere, si è rivolta nel 2021 al Tribunale, assistita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Ona.

«La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni. Una sentenza che restituisce alla donna un diritto e rende giustizia alla memoria del marito», ha dichiarato Bonanni.

Respira amianto alla Fiat di Mirafiori per 11 anni, poi il mesotelioma. Inail condannata

L’operaio aveva avviato la battaglia contro l’Inail, poi portata avanti dalla vedova dopo il decesso. La sentenza è diventata definitiva

L’Inail (istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro) è stato condannato a versare una rendita mensile di circa 1.500 euro e arretrati per circa 150mila euro alla vedova di un ex operaio dello stabilimento Fiat a Mirafiori, morto di tumore dopo aver respirato amianto. La sentenza del tribunale di Potenza, datata giugno 2026, è ora diventata definitiva. 

La famiglia della vittima è stata seguita dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio nazionale amianto, che commenta: “La giustizia è arrivata, anche se dopo dieci anni, perché una vedova ha trovato la forza di portare avanti da sola la battaglia iniziata insieme a suo marito. Questa sentenza restituisce alla donna un diritto e, insieme, rende giustizia alla memoria del lavoratore. La tutela delle vittime dell’amianto deve essere concreta e tempestiva, perché dietro ogni pratica ci sono persone, famiglie e vite che non possono aspettare”. 

Aveva appena 17 anni quando, nel giugno del 1958, aveva iniziato a lavorare nello stabilimento Fiat di Mirafiori a Torino. Per oltre undici anni era stato operaio nelle fonderie di ghisa e metalli pesanti, dove era stato esposto all’amianto. Un’esposizione professionale che, secondo quanto accertato dal Tribunale di Potenza, è stata collegata al mesotelioma pleurico che lo ha portato alla morte nel 2018. Successivamente, era stato a contatto con sostanze cancerogene anche lavorando come autista per una società di Bari e in un’azienda cementifera. 

Nel 2016 gli era stato diagnosticato un mesotelioma e lui, poco dopo, aveva chiesto all’Inail il riconoscimento della malattia professionale. Inizialmente, la documentazione sull’esposizione all’amianto era stata ritenuta insufficiente per accedere al fondo dedicato alle vittime dell’amianto. Dopo la morte del lavoratore, la vedova ha portato avanti la battaglia legale, rivolgendosi al tribunale di Potenza, dove risiede adesso. Nel corso del processo, gli accertamenti hanno dimostrato il nesso causale tra l’esposizione all’amianto e il tumore. 

Muore nel Reggiano per esposizione all’amianto negli anni ’70

Si è spento Vittorio Manicardi a Correggio, una vita al servizio della Cgil: “pochi mesi di lavoro alla Cemental negli anni ’70 gli sono stati fatali”, scrive l’Afeva. Nella provincia si sono contati, nel tempo, 586 malati di mesotelioma

Ennesima morte di un lavoratore per amianto. Lo denuncia l’associazione familiari e vittime amianto dell’Emilia-Romagna (AFeVA), spiegando che Vittorio Manicardi, scomparso oggi, 12 ottobre, a Correggio, provincia di Reggio Emilia, è morto in seguito alla contrazione del mesotelioma, a causa dell’esposizione ad amianto: “pochi mesi di lavoro alla Cemental negli anni ’70 gli sono stati fatali”, scrive l’associazione, riferendosi all’azienda di Correggio dove fino al 1989 si è lavorato il cemento-amianto.

A Reggio Emilia 586 lavoratori nel tempo hanno contratto il mesotelioma

A Reggio Emilia, prosegue l’associazione, “sono stati ad oggi 586 i lavoratori che hanno contratto il mesotelioma, lavoratori della Cemental, dell’Eternit, delle Reggiane, delle Gallinari, uomini e donne che lavoravano nella filiera dei Manufatti di Cemento Amianto, nelle Officine Ferroviarie, cittadini che hanno contratto la malattia perché vivevano nelle vicinanze degli stabilimenti, come ricorda lo stesso Vittorio che viveva a Correggio, familiari contaminati dagli abiti di lavoro”. Dopo avere lavorato come metalmeccanico, Manicardi è stato un militante della Cgil e negli ultimi anni dell’Associazione familiari e vittime amianto regionale.

Il cordoglio della Camera del Lavoro e dello Spi Cgil di Reggio Emilia 

Aveva 80 anni. Il suo impegno sindacale, che ha attraversato quasi tutto l’arco della sua vita, lo ha portato a ricoprire incarichi nella Federbraccianti (a livello provinciale e regionale), nella Flai e nelle Camere del Lavoro di Guastalla e Correggio. È stato per anni presidente del Cda della società fiscale Teorema e componente della Assemblea Generale del Sindacato provinciale dei pensionati Spi.

“Vittorio ha combattuto fino all’ultimo – ricorda il segretario generale della Camera del Lavoro, Cristian Sesena – e fino all’ultimo ha partecipato alla vita della Cgil, non mancando mai di offrire a tutti noi il suo contributo di analisi e la sua passione. Ci mancherà”.

La sua ultima parte di militanza si è svolta nel sindacato pensionati Spi Cgil.
“Una grave perdita per tutta la nostra federazione – ci dice la neo eletta segretaria generale Spi Elena Strozzi –. Mancheranno i suoi modi garbati, il suo sostegno a tutte le nostre lotte e iniziative e la sua straordinaria umanità. Ci uniamo al dolore della famiglia”.

Amianto: …Nel Mondo…

Il Divieto dell’Amianto nel Mondo: Una Panoramica

L’amianto, un tempo noto come “minerale miracoloso” per le sue proprietà ignifughe e isolanti, è stato gradualmente vietato in molti paesi a causa dei gravi rischi per la salute, inclusi tumori come il mesotelioma e il cancro ai polmoni. Ad oggi, 55 nazioni hanno implementato divieti sull’uso e la produzione di amianto, con variazioni nelle normative che riguardano esenzioni per alcuni usi specifici.

Paesi che hanno bandito l’amianto

Paesi in tutte le parti del mondo hanno preso provvedimenti per vietare l’amianto, tra cui:

  • Europa: Tutti i 27 Stati membri dell’Unione Europea, tra cui Italia, Francia, Germania e Spagna, hanno bandito l’amianto. L’UE ha imposto il divieto totale dell’amianto entro il 2005, esteso a tutte le forme, compreso il crisotilo, una delle forme più comuni di amianto.
  • America Latina: Il Brasile ha vietato l’amianto nel 2017, diventando il primo grande produttore a farlo continuando pero’ purtroppo ad esportare in grandi quantita’ come Vi abbiamo descritto in precedenza. Anche Argentina, Cile e Uruguay hanno leggi contro l’uso e la produzione di amianto.
  • Africa: Alcuni paesi africani, come Sudafrica e Mozambico, hanno adottato il divieto. Tuttavia, in alcune aree persistono difficoltà nell’applicazione effettiva delle leggi.
  • Asia e Oceania: L’amianto è stato vietato in Australia dal 2003 e in Giappone dal 2006. Anche la Corea del Sud e la Nuova Zelanda hanno legiferato per il divieto totale, con il Giappone che ha eliminato gradualmente tutti i tipi di utilizzo dell’amianto.
  • Eccezioni Notevoli
  • Nonostante l’ampia adozione di divieti, alcuni grandi paesi produttori continuano a utilizzare e produrre amianto:
  • Cina: È uno dei maggiori produttori e utilizzatori di amianto nel mondo. Sebbene ci siano restrizioni su alcuni usi, la Cina continua a esportare amianto, specialmente verso paesi in via di sviluppo.
  • Russia: È il più grande esportatore mondiale di amianto, in particolare di crisotilo. Il governo russo sostiene attivamente l’uso “sicuro” dell’amianto, nonostante il crescente numero di divieti internazionali.
  • India: Anche se ci sono state pressioni per vietare l’amianto, l’India è ancora uno dei principali utilizzatori mondiali, importando grandi quantità di amianto, in particolare dalla Russia e dal Brasile.
  • Le Eccezioni per Usi Minori
  • In molti paesi dove l’amianto è stato vietato, esistono delle esenzioni temporanee o per usi specifici. In Nuova Zelanda, ad esempio, l’amianto può essere importato con una licenza rilasciata dall’Environment Protection Authority (EPA) per motivi di ricerca o quando non sono disponibili alternative. Taiwan, pur avendo un divieto totale in vigore dal 2018, ha seguito un processo di eliminazione graduale per permettere l’industria di adattarsi.
  • Problemi di Applicazione delle Leggi
  • Nonostante i divieti, alcuni paesi faticano ad applicare efficacemente le normative. Nelle Seychelles, ad esempio, è stato segnalato nel 2012 che prodotti contenenti amianto venivano ancora importati e utilizzati a causa della mancanza di controlli.
  • Sebbene molti paesi abbiano riconosciuto i pericoli dell’amianto e ne abbiano vietato l’uso, ci sono ancora nazioni che continuano a utilizzarlo su vasta scala. La sfida per il futuro sarà non solo implementare divieti universali, ma anche garantire una corretta applicazione delle normative, con controlli rigorosi anche sulle merci importate e misure di tutela della salute pubblica.
  • L’amianto, nonostante i divieti e le campagne di sensibilizzazione, continua a essere una minaccia globale per la salute pubblica, specialmente nelle nazioni che non hanno ancora adottato misure efficaci per la sua eliminazione.

Amianto: torna legale in Usa l’impiego in edilizia

Amianto: torna legale in Usa l’impiego in edilizia

La decisione dell’Agenzia di protezione ambientale. La società russa che lo esporta negli Stati Uniti ha messo l’immagine di Trump sulle confezioni

Trump: «Il bando all’amianto voluto dalla malavita»

L’Epa (Agenzia di protezione dell’ambiente degli Stati Uniti) ha reso di nuovo legale l’utilizzo dell’amianto nei materiali per l’edilizia. L’impiego dell’amianto negli Usa è proibito dal 1989, così come in quasi tutti i Paesi del mondo. Secondo l’Associazione per le malattie legate all’amianto (Adao) ogni anno solo negli Stati Uniti sono 40 mila le persone che muoiono a causa di malattie riconducibili all’amianto.

Trump ha sempre sostenuto di non credere che l’amianto non possa essere usato in assoluto, ma ci debba essere un limite minimo. In un libro del 1997, Art of Comeback, afferma testualmente che «il bando all’amianto è una cospirazione guidata dalla malavita, in quanto le società che effettuano la rimozione dell’amianto sono spesso legate alla malavita».

Stop ai controlli

L’Epa afferma che a partire da agosto non farà più controlli sull’amianto nell’ambiente, al contrario di quanto riaffermato nel 2016 sotto l’amministrazione Obama in cui si confermava che l’amianto era una delle dieci sostanze pericolose da tenere costantemente monitorate. Chelsea Clinton ha pubblicato un post su Twitter in cui riprende lo slogan di Trump: Maga, cioè Make America Great Again (Facciamo di nuovo l’America un grande Paese), trasformandolo in Make Asbestos Great Again (asbesto è il termine inglese per amianto).

Trump è con noi»

Una delle poche società che ancora producono amianto, la russa Uralasbest, esporta negli Usa sacchi di amianto con l’immagine di Trump e la scritta «approvato dal Donald Trump, il 45mo presidente degli Stati Uniti». Sul proprio sito Facebook, la società ha postato un commento che afferma «Trump sta con noi». Il proprietario della Uralasbest, che produce il 21% dell’amianto mondiale, è un magnate considerato molto vicino al presidente russo Vladimir Putin. Oggi solo Russia e Brasile esportano amianto negli Usa (480 tonnellate all’anno, utilizzate per produrre acido cloridrico e candeggina), ma presto la produzione brasiliana cesserà per motivi sanitari e ambientali.

Un altro Mondo senza Amianto è possibile