AMIANTO: RICONOSCIUTA L’ORIGINE PROFESSIONALE DEL MESOTELIOMA PLEURICO ANCHE IN ASSENZA DI DIAGNOSI CERTA
Il Tribunale di Parma ha accolto il ricorso promosso dall’Inca Cgil di Parma, riconoscendo l’origine lavorativa del mesotelioma pleurico e condannando l’INAIL, che aveva precedentemente respinto la domanda sia in fase amministrativa che in fase di ricorso medico-legale.
La vicenda riguarda un lavoratore dipendente di un’azienda del settore Ambiente ed Energia, che per circa 30 anni, dal 1960 al 1990, ha svolto attività di manutenzione della rete idrica con esposizione ad amianto.
Piu’ precisamente, dalle testimonianze raccolte, è emerso che il lavoratore svolgeva attività di posa, taglio e tornitura dei tubi in cemento-amianto, riparazione delle reti idriche e interventi di pronto intervento sulle tubazioni effettuate a secco e senza l’ utilizzo di dispositivi di protezione delle vie respiratorie.
L’INAIL aveva respinto la domanda perché la documentazione acquisita era “insufficiente per esprimere un giudizio medico-legaleper la mancanza di una diagnosi isto-citologica certa” non riconoscendo quindi il nesso tra la patologia denunciata e l’attività lavorativa svolta.
La CTU ha evidenziato che il lavoratore è stato esposto all’amianto per circa trent’anni, svolgendo lavorazioni che producevano una notevole dispersione di fibre nell’ambiente, con un conseguente rischio di inalazione.
E’ interessante che, pur non essendo disponibile una diagnosi istologica “certa” di mesotelioma, il CTU ha ritenuto comunque più probabile che non l’origine professionale della malattia.
A questa conclusione è arrivato mettendo insieme tutti gli elementi del caso come la documentata e lunga esposizione all’amianto, il decorso clinico della malattia, le lesioni riscontrate e l’assenza di altre possibili cause.
Il CTU ha inoltre evidenziato la compatibilità del quadro clinico con un mesotelioma desmoplastico, una forma rara e particolarmente complessa da diagnosticare, caratterizzata dalla presenza di un tessuto fibroso che può rendere meno evidente la componente tumorale.
Nel caso in questione, il Giudice ha riconosciuto l’importanza di tenere conto del contesto lavorativo e dei dati clinici nel loro insieme, al fine di valutare situazioni così delicate valorizzando la specificità di ogni singolo caso.
Esposto ad amianto nell’esercito e nei pompieri, condannati due ministeri
Sentenza del Tribunale di Catania su decesso 72enne, presentato appello
“Prima l’esposizione all’amianto durante il servizio militare nell’Esercito, poi quella subita nei quasi quarant’anni trascorsi nei Vigili del fuoco.
Una doppia esposizione al cancerogeno che, secondo il Tribunale di Catania, ha contribuito in maniera determinante all’insorgenza del mesotelioma pleurico che ha provocato la morte, il 16 dicembre del 2019, di un catanese di 72 anni”.
E’ quanto afferma, in un comunicato, l’Osservatorio nazionale amianto che ha prestato assistenza legale alla vedova con l’avvocato Ezio Bonanni, rendendo nota la sentenza pubblicata lo scorso 29 aprile con cui i giudici avevano equiparato il 72enne a vittima del dovere e condannato in solido i ministeri della Difesa e dell’Interno al pagamento dei benefici alla ricorrente. Le due amministrazioni hanno impugnato la sentenza che, secondo l’Osservatorio, “aveva riconosciuto il nesso tra l’esposizione all’amianto subita durante il servizio nell’Esercito e nei Vigili del fuoco e il mesotelioma che ne ha causato la morte”.
Il Tribunale, si spiega nella nota, ha “riconosciuto che l’amianto respirato durante le attività di servizio ha avuto almeno un ruolo concausale determinante nell’insorgenza del mesotelioma, rilevando inoltre l’assenza di fattori estranei all’attività o all’ambiente lavorativo che, da soli, potessero spiegare la malattia”. Nella decisione “emerge anche il tema della mancata prevenzione”. Il Tribunale evidenzia che “le amministrazioni non hanno dimostrato di aver adottato adeguate e sufficienti misure contro il rischio amianto, come sistemi di aspirazione o specifici dispositivi di protezione personale”.
“Dietro ogni causa – ricorda l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’osservatorio nazionale amianto – ci sono vite distrutte e famiglie che hanno già pagato un prezzo altissimo. E quando a essere colpito è un uomo che ha speso la propria vita al servizio dello Stato, continuare ad opporsi al riconoscimento dei suoi diritti significa infliggere alla sua famiglia un’ulteriore sofferenza”.
Amianto, la strage continua. In tribunale nuovi casi spezzini
In aula sentenze che riguardano personale militare, un falegname, un dipendente Enel e un vigile del fuoco
La Spezia – La strage silenziosa continua. Già si sapeva, del triste primato di vittime spezzine per esposizione all’amianto. La conferma arriva dalla frequenza delle sentenze a favore di vedove e di orfani. Condanne che dimostrano l’esistenza di un fenomeno molto più vasto di quanto si possa pensare. Solo nelle ultime settimane sono stati esaminati numerosi casi riferiti a personale militare della Difesa.
Emerge tuttavia anche una casistica di lavoratori molto vasta. Tre, fra le ultime cause vinte dai familiari, riguardano un falegname che costruiva arredi per le navi militari ed un lavoratore della centrale Enel, per la morte dei quali sono stati concessi alle famiglie assegni e benefici di legge, ed un vigile del fuoco spezzino di 66 anni, per il quale è stato riconosciuto a moglie e figli quasi un milione di euro.
Nel primo caso, il Tribunale del lavoro della Spezia ha riconosciuto le ragioni della vedova di uno spezzino vittima di carcinoma polmonare. L’uomo è mancato nel 2016. Realizzava e montava arredi sulle navi militari. È iniziata una battaglia durata fin qui dieci anni, durante i quali la donna si è vista negare il riconoscimento del nesso causale fra lavoro e malattia. Il marito «lavorava in ambiente cantieristico, quale falegname, e allestiva ambienti sulle navi militari».
Le lastre ai polmoni sono state la prova di partenza, per la famiglia della vittima. L’uomo aveva noduli, e soprattutto un ispessimento da asbestosi, tipico dell’esposizione all’amianto. Nemmeno fumava. Le perizie hanno accertato che era stato «certamente esposto».
E aveva purtroppo maturato quella neoplasia polmonare che «presentava caratteristiche di notevole invasività e gravità
Purtroppo l’arteria polmonare era ormai avvolta “a manicotto”. I testimoni hanno raccontato di aver lavorato insieme fra gli anni ’70 e la fine degli anni ’90. «Eravamo assunti con mansioni di falegname – hanno ricostruito – ma in realtà facevamo paratie e pavimenti in vetroresina, li assemblavamo, facevamo l’arredamento interno delle navi militari. E montavano a bordo, con respiratori, smerigliatori. Eravamo dei tutto fare. E a bordo c’era la polvere di amianto, che si vedeva brillare al sole. Era anche in reparto, in sala macchine, dove andavamo a fare gli angoli per assembleare la coperta con lo scafo». Poche barche. Solo navi militari. Sulle navi, a seconda dei tempi di consegna, «capitava di stare dalla mattina alla sera, soprattutto quando eravamo in ritardo, a volte perfino di notte».
Ai familiari sono stati riconosciuti i benefici di legge. E gli stessi benefici sono stati concessi agli affetti più stretti di un lavoratore spezzino della centrale Enel, sempre di fronte al Tribunale del lavoro, ma in sede di appello a Genova. Nel caso specifico, si parla di un saldatore elettrico che faceva parte delle squadre addette alla manutenzione dello stabilimento. La documentazione medica attestava la presenza di placche pleuriche nei polmoni, evolute poi nel cancro che l’ha ucciso.
In primo grado il ricorso era stato respinto, in quanto il consulente incaricato dal giudice alla Spezia aveva ritenuto che «il decesso fosse dipeso da più cause, compresa una grave degenerazione cognitiva». In appello, però, la giudice ha nuovamente chiesto ad un esperto il peso avuto nella morte dal «voluminoso tumore polmonare», riscontrato insieme alle altre patologie di Alzheimer e Parkinson, che lo avevano reso non più autosufficiente.
Sul certificato di morte era stato scritto che la morte fosse derivata da polmonite. Il perito ha ritenuto quel cancro dovuto all’esposizione ad amianto nei 33 anni di lavoro. E la giudice ha concesso i benefici ai familiari. Di fronte al Tribunale di Genova seconda sezione civile è stato trattato il caso dei familiari di un vigile del fuoco spezzino, nato nel 1953, mancato nel 2019. Da una parte moglie, figlia e nipote, privati del proprio caro, di soli 66 anni.
Dall’altra, l’avvocatura dello Stato. Mesotelioma pleurico contratto durante il lavoro svolto nelle caserme della Spezia e di Massa Carrara, ove aveva prestato servizio dal 1973 al 2008. Aveva operato anche a bordo di unità navali del corpo dei vigili del fuoco. Una vita di interventi per incendi in abitazioni, in siti di demolizioni navale, in luoghi disparati. Utilizzava all’epoca dispositivi per la protezione contro il calore, come guanti, tute e coperte, contenenti amianto. Nessuna protezione, nessuna informazione sui rischi.
Gli ex colleghi hanno testimoniato. La sentenza è articolata, 23 pagine, e richiama quanto ormai accertato. Il mesotelioma deriva dall’inalazione di fibre di amianto. Nella sentenza è ricostruita la coesione della famiglia, molto unita. La vedova aveva 63 anni, i figli 35 e 39, la nipotina 6. La giudice ha applicato la regola del “più probabile che non” ed ha riconosciuto rispettivamente 293 mila euro alla donna, 316 e 244 mila euro ai figli, 91 mila alla nipote, oltre ad interessi e pagamento delle spese di lite. Quasi un milione di euro.
